La pazienza del vestirsi.
Chi mi sente parlare di immersioni immagina sempre avventure strepitose con mostri marini e seppie giganti che attentanto all’incolumità dei subacquei, ma è un errore. La realtà è tutt’altro che questa, e non parlo dei grandi gruppi chiassosi e colorati che partono sui barconi dei diving, parlo delle immersioni che si fanno massimo in due, in posti conosciuti e familiari come la cucina di casa propria. Parlo dei momenti in cui il mare ti sussurra e ti racconta di te: quando eri pesce nel mare, quando eri acqua nell’acqua, quando nuotavi meglio di quanto camminavi, parlo di ciò che precede e ciò che succede ad un immersione, parlo del profumo piccante e tenue dell’acqua salata, parlo del blu o del verde, o dell’azzurro e delle loro migliaia di sfumature che creano vortici maestosi di giochi di luce. Chi sente parlare di immersioni non immagina ciò che significa spegnere l’assordante rumore del motore e la quiete che immediata ti raggiunge nell’esatto istante in cui l’elica cessa di squassare l’immensa superficie marina e lì con il ritmo lento delle danzatrici del ventre inizia a vestirti per immergerti. I gesti si fanno lenti e accurati, come quando ci si prepara ad incontrare un amore. La lunga guaina gommata che ci ricopre il corpo viene calzata a piccoli gesti sistemata sul corpo centimetro per centimetro e al termine essa ci avvolge aderente e stretta come un abbraccio totale. Tutta una serie di altri piccoli indumenti fanno da corollario alla muta e si indossano con lo stesso vezzo con cui le signore si scoprono il collo alzandosi i capelli per farsi allacciare un filo di perle. A questo punto sei già parte del mare, sei già animale marino, hai già cambiato la pelle e il modo di pensare e quindi indossi l’attrezzatura per respirare. Di suo l’attrezzatura ARA è un ammasso pesante di acciaio, ottone, cordura, gomma, plastica e nilon, ma tutta insieme, assemblata con la cura dell’artigiano essa diventa branchie, diventa polmoni, diventa respiro, diventa ritmo circolare e ripetitivo come la vita. Una volta che le cinghie del GAV si aggrappano al tuo corpo perdi l’ultima sembianza di terrestre con le pinne... ed in quel preciso memento senti che il tuo habitat, il tuo mondo non è più fuori dall’acqua. Li all’asciutto il tuo corpo e goffo e lento, impacciato e precario, pesante e inadatto. In quel preciso momento, come ogni animale subacqueo capisci che non hai più tempo e che devi tornare all’acqua.